Ne abbiamo parlato molto spesso qui sul blog: l’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo, responsabile del 10% delle emissioni globali annuali di carbonio e del consumo di 1500 miliardi di litri d’acqua all’anno. 

Tra le cose che ognuno di noi può fare per diminuire il proprio impatto ambientale nell’acquisto di abbigliamento è aderire a un fenomeno sempre più rilevante: la moda circolare

In questo articolo ti racconto di cosa si tratta e perché è una valida alternativa al fast fashion

Cos’è la moda circolare? 

La moda circolare si fonda sui principi dell’economia circolare: un’economia basata sulla progettazione dei rifiuti, sul mantenimento di materiali e risorse e sulla loro rigenerazione. Il principio fondante è utilizzare le materie il più a lungo possibile, così da trarne il massimo valore e rimetterle nel ciclo economico ove possibile. 

Alla base della moda circolare ci sono quindi una serie di pratiche come l’upcycling, il riciclo e il riutilizzo degli indumenti, con l’obiettivo di non intaccare le risorse del nostro pianeta.  I tessuti che entrano nella moda circolare rimarranno perennemente all’interno del cerchio, assumendo forme diverse di volta in volta, fino all’esaurimento. 

Si tratta quindi di una soluzione concreta per salvaguardare la salute del Mondo, inquinando meno e risparmiando risorse preziosissime. 

Perché la moda circolare è una valida alternativa al fast fashion?  

Il fast fashion si basa su un principio di consumo compulsivo, a basso o bassissimo costo, di indumenti che sono destinati a finire nella spazzatura. 

Al contrario, l’approccio della moda circolare prevede un impatto minimo o inesistente sull’ambiente, coniugando scelte di acquisto, riciclo, rigenerazione e biodegradabilità

Lo sviluppo della moda circolare parta dalla scelte delle materie prime di cui sono composti i tessuti che indossiamo. Da un lato abbiamo i materiali di derivazione naturale (es. il cotone) che possono essere nuovamente introdotti in biosfera (come quelli che utilizzo a Le Tintine); dall’altro troviamo i materiali “tecnici” (come il poliestere), che essendo basati su tessuti sintetici devono prevedere l’arte del riciclo e del riutilizzo, rimanendo fuori dalla biosfera. 

Il primo passo nel pensare in ottica circolare riguardo alla moda è senz’altro scegliere di acquistare composti non contaminati e riciclabili, quindi tessuti naturali e non sintetici. Questo permette di evitare il riversamento di micro plastiche durante la lavorazione del prodotto e i successivi lavaggi. 

Il secondo passo è l’eliminazione delle barriere culturali per cui un capo usato (quindi second hand) o riciclato (ovvero modificato rispetto alla sua forma originale) ha un valore o una qualità inferiori a quelli di un capo nuovo (che paradossalmente costa di meno). 

Si tratta di un bias culturale ancora molto diffuso, ma che per fortuna le nuove generazioni stanno aiutando a diminuire. 

Orsola De Castro, di cui ti ho già parlato qui, afferma che “l’indumento più sostenibile è proprio quello che si trova nel tuo armadio” e io non potrei essere più d’accordo con lei.

Il futuro della moda è circolare

Secondo il Circular Fashion Report 2020, il business potenziale della moda circolare è di 5mila miliardi di dollari, maggiore del 67% rispetto all’industria della moda tradizionale. 

La stima di crescita del mercato per i prossimi è del 15-20%, arrivando a 64 miliardi di dollari nel 2024. 

Si tratta di un cambiamento guidato dalla Generazione Z: all’interno del Resale Report 2020 di Thread Up, l’80% degli intervistati nati tra il 1995 e il 2010 ha dichiarato di comprare vestiti usati, mentre il 90% valuta di acquistare abiti di seconda mano nel caso in cui si ritrovi con un budget limitato. 

Al fianco delle scelte dei consumatori ci sono poi altri fattori che possono contribuire ad un cambio di rotta nella forma mentis riguardante la moda: 

  • un maggior sostegno da parte dei governi mondiali verso le attività che si occupano del riciclo dei tessuti;
  • un investimento più consistente da parte delle aziende sulle pratiche ecosostenibili e in particolare sull’innovazione tessile, con l’obiettivo di diminuire l’impatto ambientale dell’industria intera;
  • una promozione di pratiche sostenibili di consumo, come l’acquisto di indumenti realizzati con tessuti rigenerati o riciclati;
  • investimenti sulle energie rinnovabili, che permettono di chiudere il circolo produttivo diminuendo ancora di più l’impatto produttivo anche degli indumenti nuovi; 
  • un nuovo approccio dell’industria della moda che metta al centro la creazione di collezioni che puntano sull’originalità e non sull’omologazione;
  • il recupero e la diffusione di conoscenze derivanti dal passato su ambiti come la sartoria, per ampliare lo spettro di capacità da mettere in campo per il riutilizzo o la riproposizione dei tessuti in nuove forme. 

 

Consumatori, ambientalisti, artigiani e piccoli imprenditori come me hanno già fatto moltissimi passi in avanti per implementare pratiche che mettono al centro la circolarità dell’economia e della moda, ma la strada è ancora lunga. Sei dei nostri anche tu?